Dalla Sardegna all’Emilia: sguardi senza confini
Guardando il calendario, mi rendo incredibilmente conto che ero a Concordia sulla Secchia solo una settimana fa. Solo??
Le sensazioni sono diverse: i due giorni in Emilia sembrano 4, e ancora oggi ho addosso quella condizione di precarietà che solo un post-terremoto ti può dare. Io non avevo esperienza dei danni, materiali e non, che un terremoto può produrre. Da brava sarda, per me la terra non dovrebbe tremare, né ora né mai. E ora, che vi devo raccontare una piccola parte del mio soggiorno emiliano, fatico a trovare le parole adatte per mettere sulla carta le miriadi di emozioni e impressioni avute in quei due giorni.
Francesca e io arriviamo al campo della Croce Rossa di Concordia subito dopo pranzo, il nostro primo giorno. Fa caldo, tantissimo, un caldo umido “che ti toglie i sentimenti”, il riverbero del sole ti azzanna gli occhi, e l’unica cosa che desideriamo sono ombra ed acqua fresca (ghiacciata è proprio un sogno). Il nostro obiettivo principale è trovare Ignazio, il Capo-campo, e tutti ci indicano la casetta in legno al di là dei camion-frigo, la segreteria organizzativa. Ignazio è lì, insieme ad altri 6 volontari, giovani e non, ragazzi e ragazze: sono tutti impegnati o al pc o al telefono, e per fortuna hanno un ventilatore, visto anche lo spazio vitale ristretto. Ignazio è sardo, ha gli occhi verdi, vispi e profondi, e mi piace subito perché è schietto e pratico, diretto: subito ci offre due bottiglie d’acqua (ghiacciata!) e ci indica colei che ci accompagnerà nel nostro “giro turistico”: Francesca.
Francesca presta servizio nel campo dal 29 maggio, subito dopo la seconda scossa, quella che a Concordia ha distrutto tutto il centro storico, e reso tante, troppe, case inagibili. È di Torino, dove vive e lavora, e ci spiega che per gli abitanti del campo vedere “le stesse facce” rappresenta una sicurezza, un punto fermo. La sua apprensione è palese, e si acutizza di più quando ammette che purtroppo ad agosto dovrà andar via, perché il lavoro non le permette più di restare, ma spera di tornare al più presto, “perché qui c’è ancora tanto da fare, e le persone ne hanno bisogno”.
La guardo, e le chiedo se le manca casa, i suoi genitori, ma lei mi dice di no, perché è come se al campo avesse una seconda famiglia, bella e variopinta. La ammiro molto per la forza che mi dimostra, ha il viso buono, pulito e fresco, e anche se è stanca (e si vede) è sempre sorridente e cordiale con tutti. I bambini del campo appena la vedono le corrono incontro, la chiamano e cercano la sua attenzione.
Lei ride, e nel frattempo mi spiega il funzionamento del campo, il quale è attualmente occupato da circa 400 persone, è fornito di assistenza sanitaria fissa grazie ad un medico di base, e la mensa prepara ogni giorno 500 pasti, anche per altre 100 persone esterne ancora senza casa. Il campo è bello, e si vede che è ben organizzato: “ci stiamo attrezzando anche per favorire la tranquillità delle persone che ora inizieranno il Ramadan”, perché lì al campo sono presenti 18 etnie diverse, “ma sono tutti tranquilli, non abbiamo mai avuto problemi, anzi!!”, sottolinea.
L’atmosfera di collaborazione si sente da subito, e le urla allegre dei bambini che giocano rendono tutto molto piacevole. Il campo è il regno dei bambini, che ci circondano, ci chiedono di far loro tantissime foto, e vogliono anche imparare subito a fotografare! Sono curiosi e divertiti, ti fanno davvero sorridere il cuore con le loro domande, e poi sono tutti così educati! Anche se siamo estranee ci salutano, i più timidi fuggono via, ma molto rimangono con noi a parlare e a raccontarci.
È incredibile la capacità dei bambini di farti provare con le parole più semplici le emozioni più forti, parlano del terremoto in maniera tranquilla, ci scherzano su, eppure le loro case non ci sono, ma loro non hanno paura, e i loro sguardi sono limpidi. 
Durante il giro conosciamo Alfio il Bello: un aitante signore di 84 anni, che come ci vede si toglie il cappello e si presenta, da subito vuole che lo fotografiamo, dice di essere molto fotogenico, ed è vero! Ha gli occhi di un azzurro acceso , e lo spirito battagliero del bravo emiliano, di quelli che nella “bassa” si sono formati e cresciuti, lavorando duramente nei campi, sotto il sole o nella nebbia. Da subito non possiamo fare a meno di adorarlo, la sua simpatia ci coinvolge, e mentre gli facciamo miliardi di foto ci racconta che un paio di giorni prima qualcuno gli aveva rubato la dentiera, ma che il dottore aveva già provveduto a fargli avere quella nuova. Tiene la nostra volontaria, Francesca, per un braccio, e la tratta come una figlia, baciandola su tutte e due le guance: Alfio il Bello mi ricorda mio nonno, ha lo stesso sguardo, che ti attraversa e ti rimane dentro.
Il campo di Concordia ci ha regalato tantissimi sguardi: quello di Ikra, una bellissima bambina pakistana dagli occhi color ghiaccio (che non abbiamo potuto immortalare), lo sguardo dolce di Francesca, che ringraziamo per la sua gentilezza e cortesia, ma anche e soprattutto per la sua dedizione e tenacia, lo sguardo birbante di Alfio, quello allegro e festoso dei bambini, come il piccolo Cesare, vera potenza della natura e mascotte del campo, che mi è saltato addosso mentre facevo un video, e per un po’ è rimasto appeso alle mie spalle, come una scimmietta, con un sorriso terribilmente dolce e simpatico. Quando siamo andate via per spostarci alla Zona Rossa, l’ultimo sguardo che abbiamo incontrato è stato quello di Ignazio, che ci ha chiesto di tornare. E le promesse, quando si fanno, si mantengono: ritorneremo.
Valentina Sanna/S4C






