Fragole e sangue

Pubblichiamo oggi un reportage fotografico e testuale curato da Sara Picardo (testo) e Giulio Di Meo (foto) sulla drammatica, e purtroppo poco conosciuta, situazione dei braccianti agricoli in provincia di Caserta. Siamo a Parete, per la precisione. Ma di realtà simili, temo, ve ne sono tante altre nel nostro Paese.

Credo che la misura di civiltà di un popolo, di un Paese, si possa e si debba calcolare anche sulla capacità di elaborare la propria memoria storica, metabolizzando gli errori passati e conservandone i ricordi dolorosi. La nostra tradizione di emigrati e di lavoratori ci impone una riflessione urgente sulla condizione degli emigrati attualmente in Italia.

Ecco a voi un bellissimo reportage di due autori che hanno colto in pieno lo spirito di Shoot for Change.

Grazie,

Antonio Amendola

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Fragole e sangue

Di Sara Picardo

Foto di Giulio Di Meo

IMG_8290Jalel non riesce a dormire la notte, zanzare e incubi lo tormentano in una baracca improvvisata nelle campagne di Parete, in provincia di Caserta, dove fa il bracciante agricolo. Il primo turno nei campi gli comincia alle 5 del mattino e finisce alle 17 circa: anche 30 euro la paga. Se è fortunato domani può fare anche il secondo turno, fino alle 20/21 di sera. Altri 15 euro in più. IMG_8359

È arrivato a Lampedusa dalla Tunisia su un barcone. 1000 euro il costo del viaggio: aveva risparmiato, di solito erano 2mila.

Racconta che, stipati in 60 su una barca per massimo 20 persone, hanno cominciato subito ad imbarcare acqua. Il mare salato a contatto con le botti di carburante mal chiuse, diventava fuoco e gli corrodeva le mani, quando provavano a ributtarlo fuori per non affondare. Nessuno fiatava per la paura, tranne un ragazzino gracile con tutte e due le braccia ustionate, che urlava. Lo scafista non ci ha pensato due volte a buttarlo in mare.

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Jalel abbassa lo sguardo quando dice che nessuno di loro si mosse per aiutarlo. Il ragazzino è affogato in una manciata di secondi. Quelli che gli tornano in mente di notte, quando si sveglia di colpo per l’ennesimo incubo.

Dopo un mese nel Cpt di Lampedusa è stato cacciato con un foglio di espulsione ed è salito sul primo treno diretto a Nord. Nella piana tra Villa Literno e Castel Volturno, c’è finito per lavorare la terra, insieme a circa altri 400 clandestini. Egitto, Marocco, Tunisia, qualcuno anche dal centro o sud Africa: si sono trovati tutti qui, a vivere senza acqua né luce né un tetto sulla testa perché in questa zona si produce, tra marzo e maggio, ben il 6% di tutte le fragole vendute in Italia. Dormono tutti su cartoni umidi appoggiati al suolo, nelle strisce di terreno incolto al confine tra due campi coltivati. Posizione strategica, così per i proprietari terrieri è più difficile cacciarli.

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Qualcuno di loro, dopo maggio, rimane per lavorare le pesche o le angurie, fino ad agosto, quando quasi tutti raggiungono quelli già partiti a giugno per raccogliere i pomodori nel foggiano. Lì si lavora a cottimo e quindi si guadagna un po’ di più dei 30 euro casertani.

In autunno, alcuni sanno già che andranno a raccogliere l’uva e le olive a Trapani o Marsala, o forse a Rosarno in Calabria, dove si trova un’altra baraccopoli di magrebini clandestini più piccola, circa 100 abitanti. Poi di inverno per molti ci sono le arance a Catania o ad Agrigento. Le mele del Nord sono lontane per loro, anche se qualcuno ci si è avventurato negli anni passati. Le condizioni lì, non sono certo migliori: vita nei campi, esposti all’umido e, grazie al pacchetto sicurezza varato dal governo, alle ronde e agli attacchi di alcuni violenti. In pochissimi rimangono a Parete per i lavori invernali di preparazione dei campi.

Lì non è come nella vicina piana del Sele, in provincia di Salerno, dove si trovano circa 6mila agricoltori immigrati (2mila almeno clandestini), che hanno da lavorare tutto l’anno grazie alle numerose serre sempre attive.

La mappa delle migrazioni interne all’Italia muta in base al calendario delle produzioni ortofrutticole, e un esercito di clandestini (secondo la nuova legge sull’immigrazione “criminali”) si sposta modificandone la geografia a seconda delle colture.

300/400mila (ma la stima è difficile) paia di braccia illegali, in tutta la penisola, coltivano la terra che altrimenti rimarrebbe incolta. “La prossima ‘sanatoria’ prevista in autunno dal governo, però – spiegano Francesca Coleti dell’Arci Campania e Anselmo Botte della Cgil Campania – prevede la regolarizzazione dei soli lavoratori domestici, lasciando nella clandestinità tutti gli altri, che possono essere regolarizzati solo attraverso decreti flussi per lavori stagionali di massimo 9 mesi. Un’ipocrisia, visto che nessun datore assumerebbe mai un lavoratore a chiamata, senza nemmeno conoscerlo. In fondo di tratta di una sanatoria mascherata, che fa ripiombare l’immigrato appena regolarizzato nelle clandestinità in breve tempo”.

A Parete le baracche sparse in piccoli gruppi, da 4 a 10, non si contano. Qui sono giunti alcuni volontari di Arci, Nero e non solo e Associazione socio-culturale islamica di San Marcellino, con il sostegno del comune di Parete. Per costruire dal 20 al 31 luglio un campo di solidarietà con docce, pasti caldi e visite mediche per gli immigrati. Inizialmente questi hanno accolto con diffidenza il loro aiuto, ma alla fine hanno chiesto di donare il sangue e si sono incontrati per giocare a scacchi o a calcetto e imparare un po’ d’italiano. Qui, a differenza della piana del Sele, non sembra esistere caporalato o mafia magrebina, e nessuno racconta di aver pagato a un connazionale anche 6mila euro un visto di lavoro falso per l’Italia. La violenza, però, si tocca con mano: alcuni braccianti sono stati rapinati da bande di ragazzini del posto il giorno di paga, altri non si fanno più vedere in paese per paura di rappresaglie. “Il clima è peggiorato da quando l’impero berlusconiano dei mass media ha istillato questo clima di odio verso gli immigrati”, spiega Nasser, imam della moschea di San Marcellino e mediatore culturale. “Quando sono arrivato in Italia nel 91 – continua – sono stato 6 anni “clandestino”, ma non ero un criminale per nessuno, nemmeno per la polizia. Avevo una casa e guidavo la macchina per andare al lavoro. I primi anni andavo a lavorare a Foggia, per la raccolta di pomodori ad agosto, e non avevo paura a dormire nei campi, come ora tanti miei connazionali, che vengono picchiati da gruppi di persone armate. Andavo lì perché il clima è più secco che a Caserta e si dorme meglio all’aria aperta, qui è più facile contrarre malattie respiratorie per l’inquinamento e l’umidità”.

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A Parete di “storie” se ne sentono tante, alcune grazie all’intermediazione di Nasser, guida spirituale e di preghiera, vengono fuori nonostante le difficoltà della lingua. Come quella di Aziz, marocchino, arrivato da qualche mese in Italia. Al campo si è presentato per essere medicato: il suo padrone, dopo che una cassa di ferro gli ha tagliato le dita delle mani, lo ha mandato via dicendogli di andare all’ospedale e di dire che era caduto dalla bicicletta.

In ospedale, però, sempre secondo le nuove leggi sull’immigrazione clandestina, uno come Aziz potrebbe essere arrestato ed espulso. Per questo molti, nonostante gli infortuni e le malattie, continuano a raccogliere le fragole e a nascondersi nei campi. In silenzio.

Alcuni luoghi dei braccianti di Parete

Parete (Caserta) Fragole (marzo, aprile, maggio)

Pesche (estate)

Angurie (estate)

Foggia Pomodori (estate)
Salemi (Trapani) Uva (Autunno) Olive (Autunno)
Marsala (Trapani) frazione Strasatti Uva (Autunno)  -
Ribera (Agrigento) Arance (inverno)
Catania (Provincia) Arance (inverno)

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One Response to “Fragole e sangue”

  1. moccia
    11/09/2009 at 10:47 AM #

    agghiacciante per una nazione democratica

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